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Olive all’ascolana

Come per tutte le ricette di tradizione, anche per le olive all’ascolana vige la regola che ogni famiglia ha la sua versione. E ogni volta che vi troverete a parlare con qualcuno che vi donerà una di queste meraviglie, vi troverete ad affrontare lo scoglio sui dosaggi: “questi sono indicativi, poi assaggi e ti regoli, senti l’impasto sotto le mani e ti regoli“. Perché un parmigiano può essere più sapido di un altro, un uovo più grande di un altro, e via discorrendo.

La mia amica Sabrina, marchigiana DOC, mi ha fatto dono della loro ricetta per le olive all’ascolana. Lei definisce sua Mamma come “la campionessa di taglio a spirale delle olive“, io intimamente l’ho ribattezzata come “la preparatrice seriale“: arriva a prepararne anche 700 per volta. Un numero che da i brividi, se si pensa al lavoro certosino che comporta.

Quanto amo le mamme come la Mamma di Sabrina: forse perché la sento tanto simile alla mia: donne infaticabili, rocciose, sempre indaffarate. Che le fermi su una sedia solo quando la sera ci si addormentano sopra, sfinite di una giornata esaurita alla massima potenza. Ogni giorno, tutti i giorni. Che ti coccolano più con tutte le cose che fanno per te che con una carezza. Sono per me un esempio assoluto.

Ma torniamo alla nostra ricetta. Dicevamo che ogni famiglia segue la sua. Sabrina e sua Mamma non fanno uso né di prosciutto né di mortadella per il ripieno: aggiungono troppa sapidità e specie dopo congelate, ne rovinano il sapore. La panatura un must: deve essere doppia. Sulle olive non si transige: devono essere di ottima qualità, dure e saporite. “Se le senti molli, non le pulire proprio, sprechi solo tempo“.

In effetti, visto il lavoro considerevole, come minimo il risultato deve essere perfetto, altrimenti da lì alla depressione post assaggio ci va un attimo.

Io ho usato delle olive foggiane enormi, molto sode. Per quanto riguarda il taglio delle olive a spirale, considerate di prendere un pochino la mano sulle prime: servitevi di un comodo spilucchino.

Allora vediamo come si preparano queste meraviglie, ringraziando Sabrina e sua Mamma per ricetta e consigli e facendo a Sabri un grande in bocca al lupo per oggi. Lei sa.

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Olive all'ascolana
 
Autore:
Resa: 60 Olive circa
Ingredienti
  • 100 g di carne di manzo
  • 100 g di carne di maiale
  • 100 g di carne di tacchino
  • 1 carota
  • 1 costa di sedano
  • 1 cipolla
  • 2 rametti di maggiorana
  • 1 folto rametto di basilico
  • 6 chiodi di garofano
  • Olio extra vergine di oliva
  • Sale
  • Per condire:
  • 100 g di parmigiano reggiano
  • 40 g di pangrattato
  • 1 uovo grande
  • Noce moscata
  • Per friggere:
  • Olio di semi di arachide
  • 700 g circa di pangrattato
  • 5 uova grandi
  • 100 g di farina
  • Sale
Preparazione
  1. In un largo tegame mettete il sedano e la carota tritati, la cipolla spaccata a metà con i chiodi di garofano premuti sulla superficie, un filo d'olio e scaldate.
  2. Ora nel tegame aggiungete la carne di manzo tagliata a cubetti, insieme alle foglie di maggiorana e di basilico, insieme a due cucchiai di acqua.
  3. lasciate andare una decina di minuti, quindi aggiungete anche la carne di maiale.
  4. Dopo altri 10 minuti di cottura, aggiungete la carne di tacchino.
  5. Aggiungete una presa di sale.
  6. Quando anche la carne di tacchino è cotta, togliete dalla fiamma e lasciate raffreddare, eliminando subito i chiodi di garofano.
  7. Tritate il mix di carni insieme a tutti gli odori e poi conditela con il parmigiano, il pangrattato, l'uovo e la noce moscata, possibilmente senza renderlo poltiglia.
  8. Amalgamate bene il tutto e fate una prova di assaggio per capire come aggiustare eventualmente sapidità e consistenza (se aggiungere o meno pan grattato, parmigiano ecc).
  9. La consistenza dovrò essere asciutta (ma non secca) e modellabile.
  10. Sigillate il composto con la pellicola e mettete in frigorifero a riposare anche fino al giorno dopo (la carne insaporirà meglio).
  11. Pulite la polpa delle olive a spirale, quindi con delicatezza riempitele con l'impasto di carni e ricompattatele ricomponendo l'oliva nella sua forma originale.
  12. Preparate ora tre recipienti contenenti separatamente: farina, uova sbattute con un pizzico di sale, pangrattato.
  13. Procedete alla doppia panatura con questo ordine: farina - uovo - pangrattato - uovo - pangrattato.
  14. A questo punto le olive sono pronte per essere fritte in tegame stretto e abbondante olio di semi di arachide, oppure per essere congelate in sacchetti e consumarle in un secondo momento.


Non ci siamo separati mai: gli struffoli di Gelsomina

«Ma tipo, no, quando uno ama due persone, com’è che si fa, per dire? Come fa l’amore, si distribuisce da solo?»
«Nel nostro cuore abbiamo spazio per mille tipi di amori, e sì, quello si distribuisce da solo».
Sono sola sul treno mentre ci scambiamo queste parole che illuminano lo schermo del mio telefonino. Fuori è buio, il treno lo inghiotte la notte. Mi allontano da una città che ho sempre amato follemente. Mancavo da Napoli da qualche anno, ritrovarla è stato magico. Mi sento un pochino più sola adesso, perché lascio dietro di me gli Amici che amo, ma questa nostalgia tra qualche giorno passerà, per lasciare spazio al rumore che fanno i ricordi e alla gratitudine che sento per la mia fortuna sfacciata di avere Amici come loro.
Chiudo gli occhi, non accendo nemmeno la musica. Lo sferragliare delle rotaie quasi scompare, mentre dentro di me fanno rumore le risate a crepapelle, fanno rumore i pasti condivisi alla stessa tavola, mani che si accarezzavano, guance che si facevano baciare. Fa rumore la generosità con cui sono stata accolta, nemmeno fossi una regina e le porte che si sono spalancate e che mi hanno fatta sentire a casa. Fa rumore la musica che abbiamo ascoltato in ogni angolo di città, il sole che ci abbagliava gli occhi, il coro delle nostre 6 mani ad impastare insieme. Fa rumore quel terremoto che noi tre non abbiamo sentito: troppo presi da altro.
Fanno rumore i nostri occhi su quella foto, sembra che parlino. Fa rumore in testa e nel cuore quel saluto sul vagone del treno, con la promessa di rivedersi presto.
Ci sono molti modi di sentirsi a casa. La casa è dove è il nostro cuore, anche solo un pezzo di esso. E un pezzo del mio cuore è da loro.

Con loro.
Per loro.

«I veri amici sono quelli che si scambiano reciprocamente fiducia, 
sogni e pensieri, virtù, gioie e dolori, 
sempre liberi di separarsi, senza separarsi mai»

                                                                                                            A. Bougeard 



© Michela De Filio










Gli struffoli sono un dolce natalizio tipico della tradizione campana. Sotto le festività ogni pasticceria che si rispetti fa sfoggio di questi colorati e allegri vassoi in vetrina. 
Questo è uno degli impasti che abbiamo realizzato insieme, con Gelsomina e Gé, durante il mio soggiorno a Napoli.
Gelsomina ci ha insegnato un metodo alternativo per la formatura: invece di fare il classico salsicciotto, la pasta viene stesa con il mattarello e poi tagliata orizzontalmente e verticalmente, formando un reticolo di dadini. Comodo, veloce, e gli struffoli, che si gonfiano in cottura, sono davvero graziosi.
Qui nelle foto (scattate con il cellulare, scusate) vedete anche dei cestini di frolla…ci siamo divertiti ad agghindarli un pò. 
Grazie Gelsomina, è stata dura far arrivare gli struffoli sani e salvi a Roma, senza sterminarli in treno 😀

Ingredienti:
1 uovo
20 g di
burro
20 g di
zucchero
1 pizzico
di lievito per dolci
1 pizzico
di sale
Zeste di
mezza arancia a mezzo limone
1 cucchiaio
di grappa
Farina
quanto basta
Per
Decorare

Miele con
zucchero (la proporzione è 3 cucchiai di zucchero ogni 500 g di miele)
Codette e
zuccherini colorati
Ciliegie
candite
Procedimento:

Create una
piccola fontana di farina e all’interno rompeteci un uovo
Aggiungete
burro, zucchero, sale, lievito, zeste e grappa
Iniziate ad
impastare, inglobando la farina poco per volta.
Vi
fermerete quando l’impasto risulterà sodo, ma non duro. Dovrà essere un impasto
modellabile con le mani.
Quando
avrete intuito che la consistenza è giusta, continuerete a lavorare l’impasto
senza farina, quel tanto che basta per avere un impasto liscio.
Arrotondatelo
e avvolgetelo nella pellicola, facendolo riposare circa 30 minuti a temperatura ambiente, per far perdere elasticità all’impasto in modo che quando verrà stesso non tornerà indietro.
Trascorso
il riposo, spolverate un piano da lavoro con poca farina e stendete l’impasto
con il mattarello, dell’altezza di circa 5-6 mm.
Con l’aiuto
di una spatola di metallo o con una rotella per pizza, create tante piccole
fettuccine verticalmente.
Ora
tagliate sempre della stessa misura, orizzontalmente, in modo da creare tanti
piccoli quadrucci, che a mano a mano disporrete su un vassoio.
Friggete il
olio bollente fino a doratura.
Fateli
raffreddare, intanto preparate la miscela di miele a zucchero, sciogliendo
tutto il una padella per pochi istanti.
Mettete gli
struffoli nella padella e girate con una paletta di legno, in modo da distribuire bene il miele.
Mettete gli
struffoli su un piatto da portata e decorate con gli zuccherini e le ciliegie
candite.


Cronaca della chimica dei miei giorni

Una nuvola bianca si addensa davanti alle mie labbra. Chiudo le mani a conchetta e ci soffio dentro per scaldarle, prima di partire. E’ freddo e ho dormito troppo poco, ma mi sento felice. Stamattina il raccordo anulare mi sembra meno nemico. Roma ancora dorme. Mi lascia spazio, mi fa muovere libera senza ch’io debba scansare nessuno. Raggiungo Trastevere mentre intorno un silenzio surreale mi avvolge. Attraverso questi vicoli dove poche anime mi accompagnano: un barista che mette fuori le sue sedie, un tizio che consegna pane, un uomo che mi cammina dritto di fronte e che sta decidendo se sarà lui a spostarsi o se lo lascerà fare a me. Lo inganno e ripiego a sinistra prima che lui possa capirlo. Ripiego per entrare in un bar e prendere un caffé che mi svegli un pò. Quattro mura intorno che trasudano di anni 80, a partire dalle improbabili cartoline appese alle spalle del bancone, quelle con donne abbronzatissime e nudissime che mandano saluti da spiagge cristalline: saranno vecchie almeno di vent’anni. Sorrido mentre esco e il tipo mi richiama. “Mi scusi, sono suoi?“. Che sbadata, stavo lasciando i miei ferri da calza lì. 
Lui mi guarda come curioso: che ci fa una giovane donna con dei ferri da calza in mano a quest’ora del mattino? Forse vorrebbe chiedermelo, ma mentre lo ringrazio infilo le mie cuffie nelle orecchie e riprendo le vie di Trastevere. Forse se lo chiederà ancora per un pò, penso mentre sento i miei passi sbattere sul selciato. Il portone che mi aspetta è vicino, rallento il ritmo perché voglio godere ancora di questa immobile bellezza intorno. Il portone è altissimo e nero, e ormai mi è come familiare. 
Paola voleva addirittura lasciarmi le chiavi. Pazza. O forse no. 
Ci si trova così con le persone, quelle giuste. Ci si riconosce in mezzo a tanti, si annusano gli stessi odori
Ci vediamo per la terza volta in vita nostra, eppure è come se fosse sempre. Tre donne diversissime tra loro e di tre età differenti, che vivono due giorni gomito a gomito. La scusa è quella di fare i panettoni, di imparare insieme qualcosa di più, ma in realtà c’è tutta una chimica di cose che accade in questi due giorni intensi. 
Lilly mi offre un caffé, il mio secondo, e beve il suo vicino a una delle bellissime finestre di questo posto. C’è la luce ancora bluastra del mattino mentre la vedo che è concentrata e guarda giù. Intuisco che sta per dire qualcosa, lo vedo dalla piega che fa la sua fronte. 
Guarda” mi dice “guarda“. Faccio capolino con la testa.
Guarda cosa scaricano al ristorante e poi te lo fanno passare per fresco: sono tutti surgelati“.
Non mi meraviglio di quello che vedo, ma mi sorprende questa ragazza così attenta. Ci avevo fatto caso già ieri, quando dietro al bancone di metallo faceva la sua arringa contro alcuni tipi di ricette, “fatte per chi non ha desiderio di pensare, per chi esegue senza farsi domande“. E’ straniera Lilly, è una che lavora sodo senza fare mai una piega. Non è una blogger come me, non ha una scuola di cucina come Paola, è solo una ragazza estremamente appassionata e con un grande spirito di osservazione. E’ questa la prima cosa che amo di lei, oltre alla sua massa di capelli e alla sua faccia acqua e sapone. E che carattere! Una pura, una testarda. Paola la prende in giro “Meno male che è venuta via dal suo Paese, sarebbe altrimenti morta impiccata in qualche piazza” dice ridendo e facendo riferimento alla sua inclinazione a fare solo di testa sua. 
In due giorni che stiamo insieme, succedono mille cose. E vorrei stringerle tutte. C’è spazio per ridere e parlare, per inventare una focaccia, per impastare panettoni, panini integrali. Per fare due passi al mercato di Testaccio, per cantare canzoni con la radio accesa, tra una cassata siciliana e una zuppa inglese. Io e Paola balliamo sbattendoci i fianchi per allentare la stanchezza di stare in piedi da due giorni. Due sere tirate fino all’una, quando tocco il letto non dormo, svengo.

Non ci sarà più Natale, senza che io pensi a te

Nemmeno per me, Paola.
Nemmeno per me.

© Michela De Filio


Bavarese nocciola vaniglia e caffe’

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Quest’uomo vestito di bianco, non mi guarda mai in faccia, fissa sempre lo schermo. Chissà se ha disagio dello smarrimento che sono certa di avere negli occhi. E’ giovane, avrà la mia età (un anno di più, scopro dopo). Mi passa quell’odioso gel sulla pelle. E’ freddo, penso.
Spinge con il lettore che saprà vedere il mio cuore. Lo preme, sento malessere. Mi da fastidio tutto in questi giorni. Eppure sopporto come una macchina da guerra. Non guardo ad oggi, penso a domani, a quella curva del sentiero un poco più avanti. Quella che mi interessa svoltare.
Non sento il mio cuore, ma so che batte forte. Dannata timidezza. E sì che Cugia scriveva che le donne timide andrebbero protette come le foche monache. Sono una foca monaca. Perché costui non se ne accorge? Scorre il lettore, chissà cosa legge, dentro il mio cuore. Che ho paura, forse. Che non so dove sto andando, probabile. Che voglio vivere, dannazione. Sono sola, ma penso a tutte le persone che amo. Sono sola, come in tutte le cose super importanti. Non che chi mi ama mi abbia abbandonata, no! Ma non lo so perché, nei crocevia fondamentali della mia esistenza, ho sempre voluto avere un momento di solitudine, anche uno soltanto. Nella solitudine – anche momentanea – prendo coscienza e coraggio. Anche se è difficile da credere. Ma mica sono l’unica pazza che lo pensa. Pasolini in un suo libro scriveva  Io avevo voglia di stare solo, perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose. Certo che sto stesa su questo lettino, vorrei piangere, e penso a Pasolini. Forse tanto a posto non ci sto. 
E poi….ecco….e poi sento un colpo. Quasi sobbalzo, come quando sei sovrappensiero e improvvisamente torni alla realtà. Un colpo, poi un altro, e un altro ancora. Pum pum pum. Sembrano colpi in mezzo alla tempesta. La tempesta è un fruscìo. E questo è il mio cuore che batte. E’ il mio cuore che batte!! Il suo eco squarcia il silenzio, sbatte sulle pareti di questo spazio vuoto. E’ il mio cuore che batte!! E io lo ascolto oggi per la prima volta. Non ho mai sentito il mio cuore per davvero, a parte quando mi soffermavo sott’acqua e sentivo quell’eco venirmi dal petto. Ma era un eco, non era questo suono. Questo è il mio cuore dal vivo!
Mentre farfuglio pensieri, quest’uomo vestito di bianco, sposta l’aggeggio al lato del mio seno sinistro. Non sento più il freddo del gel, perché per quel freddo non c’è più spazio. Quando perlustra quel lato, ecco che arriva di nuovo. Un suono angolare, un rintocco di campana lontana, che sbatte alle pareti e mi restituisce il suono del mio cuore preso dal lato. Non avrei mai pensato che il mio cuore potesse avere suoni diversi, e questo laterale mi commuove. Sbatte il mio cuore e rimbomba tra le pareti della mia gabbia toracica, come passi decisi d’un soldato in una caserma vuota. Batte forte, il mio cuore. E io lo conosco oggi per la prima volta. Come se fossi appena nata. 
Mi sveglio a mezzanotte. E’ buio, sono sola. Nel corridoio sento i passi di qualche infermiera, tutto è ovattato. Guardo fuori dalla finestra, luci di città. Penso alla mia vita che sta ricominciando e a chi è andato via. Avevo letto in un libro tanti anni fa, che la vita è fatta di posti che vengono lasciati perché qualcuno li occupi dopo. Come quando scendiamo da un tram e qualcuno prenderà il nostro posto a sedere. Pedine su una scacchiera. Non importa quale sarà la mossa, quella casella la occuperà qualcun altro. Cambiamo posizione con l’avanzare della nostra esistenza, saltiamo da un posto all’altro, fino ad arrivare al capolinea.
Oggi cambio posizione, nasce una nuova vita per me. Prendo il posto che qualcun altro ha lasciato per me. 
Piango, finalmente.
Sono viva. 
Mi chiamo Michela e sono nata due volte.

© Michela De Filio

Con queste dosi io ho preparato 14 bicchierini monoporzione + due minitortine da 12 cm di diametro + una torta da 18 cm di diametro. So che sembra tanto, ma visto il lavoro considerevole, vale la pena a mio avviso fare più porzioni in modo che possiate tenerle in freezer per ogni possibile occasione. 
I bicchierini sono facilissimi da fare ed essendo monoporzione potete scegliere di volta in volta quanti scongelarne. Molto pratici 🙂 
Se vi avanza del biscotto, come è successo a me che nei bicchierini non l’ho usato, potete congelare anche questo. Il biscotto si presta bene a molteplici preparazioni: oltre a essere usato infatti come base per torte, potete sbriciolarlo su delle mousse o addirittura unirlo a cubetti nel gelato.

Nessuno vi vieta, ovviamente, di dimezzare le dosi 🙂

Ingredienti:

Per il biscotto

E’ lo stesso della Vivaldi e potete trovarlo qui

Per il bavarese al caffè 

400 gr di panna liquida
100 gr di zucchero
150 ml di latte intero
100 ml di caffè ristretto
2 cucchiaini di caffè solubile
10 gr di colla di pesce
4 tuorli

Idratate la colla di pesce in un velo di acqua 
Montate i tuorli con lo zucchero 
Aggiungete il latte, il caffè ristretto e il caffè solubile 
Mettete sul fuoco e arrivate ad una temperatura circa di 80° (fermatevi prima che arrivi a bollore)
Aggiungete la gelatina e sbattete con una frusta a mano fino a completo scioglimento. 
Lasciate raffreddare. 
Intanto montate la panna. 
Quando la crema inizia a tirare, incorporate delicatamente la panna. 

Per il bavarese alla vaniglia 

400 gr di panna liquida
100 gr di zucchero
250 ml di latte intero
1 bacca di vaniglia
10 gr di colla di pesce
4 tuorli

Portate a bollore il latte con i semi della bacca di vaniglia e con la bacca stessa. 
Spegnete e lasciate in infusione. 
Idratate la colla di pesce in un velo di acqua 
Montate i tuorli con lo zucchero 
Aggiungete il latte da cui avrete eliminato il baccello della vaniglia 
Mettete sul fuoco e arrivate ad una temperatura circa di 80° (fermatevi prima che arrivi a bollore)
Aggiungete la gelatina e sbattete con una frusta a mano fino a completo scioglimento. 
Lasciate raffreddare. 
Intanto montate la panna. 
Quando la crema inizia a tirare, incorporate delicatamente la panna. 

Per il bavarese alla nocciola 

400 gr di panna liquida
100 gr di zucchero
250 ml di latte intero
50 gr di pasta di nocciole pura
10 gr di colla di pesce
4 tuorli

Idratate la colla di pesce in un velo di acqua 
Montate i tuorli con lo zucchero 
Aggiungete il latte e la pasta di nocciole. 
Mettete sul fuoco e arrivate ad una temperatura circa di 80° (fermatevi prima che arrivi a bollore)
Aggiungete la gelatina e sbattete con una frusta a mano fino a completo scioglimento. 
 Lasciate raffreddare. 
Intanto montate la panna. 
Quando la crema inizia a tirare, incorporate delicatamente la panna. 

Ordine dei lavori e montaggio della torta:

Preparate il biscotto.
Con l’anello per il montaggio della torta, ricavate il disco di biscotto e lasciatelo da parte.
Preparate l’anello di acciaio appoggiandolo su un vassoio piatto ricoperto di carta forno o carta acetata.
Preparate il bavarese al caffè e colate il primo strato nell’anello, quindi mettete in freezer a solidificare.
Preparate il bavarese alla vaniglia, prendete l’anello dal freezer e fate altro strato con la vaniglia.
Rimettete in freezer e intanto preparate il bavarese alla nocciola.
Fate ultimo strato di bavarese alla nocciola, quindi coprite con il disco di biscotto.
Congelate.
Qualche ora prima di servire, capovolgete la torta su un piatto da portata in modo che il biscotto rimanga alla base e lasciate il dolce in frigo, fino al momento di servirlo.

Grazie dal profondo del mio cuore a tutti coloro che mi hanno
scritto un messaggio, una mail, telefonato.
A tutti coloro che mi hanno pensato.
A chi mi ha aspettato.
Ma più di tutti grazie a Chiara, Amica impagabile, 
dolce compagna di cammino, 
la sorella che non ho mai avuto, 
per avere rinunciato al suo tempo e al suo lavoro
pur di stare in pianta stabile al mio fianco.

Non lo dimenticherò mai.

Trustever tastes

Paola l’ho conosciuta al corso di panificazione di Adriano. Lei e Ileana, sua collaboratrice, erano capitate alla postazione vicino alla mia. Ci siamo capite subito, io e lei. E’ per questo che quando mi ha chiamata invitandomi come ospite ho subito accettato. 
«Ho un gruppo di turisti americani, vieni?»
«Si!!!»
Toscana di nascita, romana d’adozione, Paola gestisce insieme a Carlo una meravigliosa scuola di cucina a Trastevere. Quartiere pittoresco, il cuore palpitante di Roma. La scuola affaccia proprio su Piazza Santa Maria in Trastevere, non sarei più voluta andar via da quelle finestre. Un luogo delizioso, arredato con gusto e amore per il dettaglio. Come piace a me. 
Quello che Paola e Carlo trasmettono ai loro clienti non è solo la tecnica per realizzare questa o quell’altra pietanza, ma proprio l’amore per il cibo, a partire dalla sua accurata ricerca. Infatti i partecipanti vengono prima di tutto condotti alla ricerca di ottimi prodotti di stagione, e solo dopo si torna a scuola a cucinare. 
Si parte prima di tutto dal mercato di frutta e verdura di Piazza San Cosimato, dove Paola e Carlo sono di casa. 

«Bruno, dammi per favore degli spinaci..ma le foglie piccole, mi raccomando, che ci devo fare l’insalata!»
Poi Paola si distrae un attimo parlando con me. Quando si gira di nuovo ….

«Ah Brù, ma quanti me ne metti?»
«E quanti te ne metto?? Questi quanno che li cosi…»

Io e Paola ci guardiamo e ripetiamo in coro «Quanno che li cosi»  😀
«Eh! quanno che li cosi…quanno che l’acconnisci…voce del verbo acconnire, che c’è de strano?»

Io rido, rido così forte che tremano le finestre di Trastevere. Ridono pure gli americani al nostro seguito, anche se non sanno perché. Ridono. Ridiamo tutti, mentre Bruno ci fa assaggiare le sue favolose ciliegie.

Dal mercato passiamo alla bottega di Innocenzi, un posto incantevole dove si entra e sembra di esser tornati indietro di 50 anni. Il personale col camice marrone, la bottega è stipata di cose prelibate. A terra, un pò ovunque, sacchi di legumi e altre stupendità. Il paradiso, o come lo chiama Paola, la cava de ali babà..ce trovi tutto 😀

Faccio una piccola spesa di cose preziose, uno dei ragazzi mi da un bellissimo cestino in vimini per contenere le mie meraviglie. Alla cassa con Paola chiacchieriamo con uno dei proprietari. Ci dice che ha dei figli sparsi per il mondo.

«Sparsi dove?»
«Ma boh, ner monno, me pare in Inghilterra»
«Me pare???»
«Ma sì, me pare in Inghilterra, lì nel sommersett»

😀 😀 😀

Poi restiamo da soli io e lui, mentre pago, Paola si distrae con gli americani.
«Ah ma tu sei italiana» mi dice un pò sottovoce «non sei ammeregana» 😀

E per finire ci dirigiamo a una bottega straordinaria: L’ANTICA CACIARA, in piedi dal 1900 e gestito da Roberto Polica e sua moglie Anna. Salumi e formaggi di ogni tipo, ma questo non è niente. E’ l’odore, il profumo meraviglioso che ti invade appena entri ad avere catturato i miei sensi. 
I proprietari dietro il bancone ci sorridono, vedendo anche abbiamo degli americani con noi, ci danno un assaggio di mortadella..gli americani per poco non svengono!

Quando entriamo a scuola resto colpita subito dal calore umano che c’è in ogni angolo. La sala dove si mangia è allestita con gusto, è accogliente e bella.

La sala di lavoro con la cucina è un altro sogno: mille mila attrezzi, ogni piccolo angolo pensato e poi c’è lei: una bella finestra affacciata sulla piazza. Nemmeno un secondo e subito mi affaccio, rapita dall’andirivieni delle persone e dalla musica che un tizio in un angolo suona e che invade tutto. Mi sento protagonista d’un film d’altri tempi, faccio fatica a staccarmi da quel davanzale.

La giornata trascorre tra chiacchiere, cucina, attrezzi, profumi, e il calore dei clienti che si sentono avvolti e coinvolti. Non è un semplice corso di cucina, è più l’essenza del sentimento che unisce le persone al cibo. La condivisione di uno spazio comune, cose che nascono dall’impiego delle mani, per finire ben orchestrate su una tavola, imbandita soprattutto delle voci di chi ci è seduto intorno.
E questo è ciò che amo del cibo e della buona cucina: la capacità di unire e riunire.
Grazie Paola e Grazie Carlo per la vostra ospitalità
e per la bellissima giornata trascorsa insieme. 
Trustever Tastes
Piazza di S. Apollonia 3
00153 Roma
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Risotto allo zafferano

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Domani
Domani il sole sorgerà più forte di oggi. Farà capolino dietro il profilo delle montagne, per quel minuto il controluce al paesaggio sarà mozzafiato. Tutto sarà ancora addormentato intorno, e noi staremo a guardare, lo faremo in silenzio. Ci sono preghiere che non sono fatte di parole. 
Domani
Domani s’alzerà il vento a muovere le foglie degli alberi, ad asciugare il bucato, a pettinare le distese incontaminate di fili d’erba. A vederli dall’alto i campi d’erba esposti al vento fanno le onde. In quelle onde andremo a perderci.
Domani
Domani sapremo ridere fino a star male: chiuderemo gli occhi rovesciando la testa all’indietro, ci terremo la pancia con le mani. Ridere forte è come andarsene un pò via. Noi ce ne andremo per un pò. 
Domani
Domani sapremo guardarci negli occhi attraverso uno specchietto retrovisore, che farà da cornice ai nostri sguardi, e non li abbasseremo. Guarderemo le nostre lacrime, che ancora sapremo versare per l’emozione violenta di una canzone. 
Domani
Domani sapremo godere del tempo che è trascorso perché nonostante tutto ci troverà ancora uguali. Sapremo amarci come ieri, non faremo fatica a riconoscerci.

Domani.
Come oggi.
Come ieri.

Qualche tempo fa sono stata in Umbria, a trascorrere un bellissimo week end in buona compagnia, partecipando ad un corso di cucina.
In quei due giorni ci hanno insegnato a fare il risotto con un procedimento alternativo, cioè tostando il riso a nudo e non girando per i primi minuti di cottura. Questo procedimento fa si che si crei intorno al chicco una pellicola di protezione (tostatura) e che durante i primi dieci minuti il riso non tiri fuori troppo amido, grazie al fatto che non viene sfregato dal mescolamento. 
Il risultato sarà un risotto cremoso, ma dai chicchi ben definiti e non spappolati. 

Sempre in zona, ho acquistato un fantastico zafferano che viene prodotto a Cascia. Una piccola boccetta trasparente in cui sono custoditi questi preziosi pistilli…

Ho voluto provarli per voi e quindi oggi vi presento il mio risotto allo zafferano.



Ingredienti:

Riso
Pistilli di zafferano
Sedano
Carota
Cipolla
Prezzemolo
Olio
Sale
Pepe
Parmigiano

Procedimento:

La sera prima mettete a i pistilli di zafferano in ammollo in un bicchierino di acqua
Il giorno successivo preparate un brodo con sedano, carota, prezzemolo e cipolla, aggiungendo un pò di sale. 
Mettete in riso in una casseruola e fatelo tostare qualche minuto: da solo, senza olio e senza altro.
Quando i chicchi sono tostati, aggiungete brodo fino a coprire di un dito abbondante tutto il riso. 
Lasciate cuocere a fuoco basso per 10 minuti senza mai girare. 
Trascorsi i 10 minuti, aggiungete l’infuso di zafferano, e poco brodo per volta, portando a cottura girando sempre con un cucchiaio di legno.
Mentre portate a cottura, aggiustate di sale.
Completate con un giro di parmigiano, un filo di olio a crudo e una spolverata di pepe.




Nel frattempo…
Amici speciali preparano dolci pensando a me 
e mi forniscono le prove 😀

Banana bread

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Ma dove l’ho messo l’impermeabile? Vabbé esco senza. Certo diluvia. Mi affaccio. Questa non è pioggia, è acquazzone. Aspetto. Magari smette. E’ luglio perdinci. A quest’ora sarei dovuta essere di rientro. E sì che ho pulito il balcone oggi, e fatto la lavatrice. Proprio oggi deve piovere? Mi vesto: tuta, runner, vabbé metto un giacchetto. Ha smesso, no piove leggero. Sono certa, ora smette. Scendo. Una cuffietta. La seconda. Play. E’ l’imbrunire, quasi. Il cielo è carico di nuvole, ma verso nord apre. E verso nord è dove vado io. La strada è bagnata, l’aria è umidissima, sento più fatica addosso. Ma imbocco il parco ed è deserto. E’ tutto mio. Come mi piace il cielo che si specchia nelle pozzanghere. Respiro a pieni polmoni, devono aver tagliato l’erba ieri. E oggi questo odore di pioggia si unisce all’odore dell’erba tagliata. Perdo gli occhi all’orizzonte. Nessuno. Ci sono io, c’è la natura, e la mia musica. Cammino svelta in salita, respiro. Svuoto la mente, mi riempio gli occhi di cielo. Il vento muove i rami degli alberi, nello stacco tra una canzone e l’altra sento quel suono. Fronde. Foglie. Penso. Penso subito. Che il suono del vento tra gli alberi è tra i più belli che mi sia stato dato in dono di ascoltare. La natura ha un odore bagnato inebriante, son tutti fuggiti per paura della pioggia, ma è bellissimo star qui. Mi sembra che questo posto sia messo qui per me. Io gli appartengo. Mi lancio in una corsa, respiro. Rinizia a piovere. Sento le gocce sulla testa, ma non fuggo. Godo il momento. Questo spazio solo mio. Solo per me. Divento erba, acqua, terra. Finché in lontananza scorgo un puntino. Un altro coraggioso mi corre incontro. Le nostre strade in direzioni opposte. Ci scrutiamo già da lontano. Nascondiamo pensieri l’uno per l’altra, come accade sempre quando ci si incontra in queste occasioni. Lo riconosco, ci troviamo spesso. Non fuggo lo sguardo, lo tengo. Ci sorridiamo. Pochi secondi e siamo via tutti e due dall’orizzonte dell’altro. Cessa la pioggia, ma la musica no. Esco dal parco, sfiaccata ma vitale. Cammino in salita sotto alberi dalle fronde piangenti. Fiori. Fiori ovunque. Ci passo sotto, non sposto la testa. Mi toccano il viso, mi bagnano. Li lascio fare. La musica mi spinge fino a casa, salgo i gradini a due a due, sono davanti alla porta. Mi appoggio allo stipite, improvvisamente stanca. Mente giro la chiave, una goccia mi scivola dal centro della testa, sulla fronte. Si fa strada sull’attaccatura del sopracciglio destro, percorre il solco fin sotto l’occhio. Ma non è una lacrima. E’ la natura che è venuta a farmi il solletico.

                                                                                                Voleva vedermi ridere.

Come se non bastassero tutte le miriadi di cose che ho in mente di fare già da me…ecco, come se non bastassero, ci si mettono pure gli amici a mandarmi foto di cose che poi mi viene voglia di fare. E’ andata così col mio amico  che una sera ha avuto la malsana idea di inviarmi la foto del suo banana bread. In casa avevo tre banane che non avrei più consumato perché non più verdi come piacciono a me. Che faccio, mi tiro indietro? Giammai 😀
Gennà, mandame la ricetta prima de suBBito 😀
Siccome l’amico è pigro, fa la foto alla ricetta scritta e me la manda (amo chi si sa arrangiare :D). 

Ed ecco il nostro banana bread :)))


Ingredienti:

250 gr di farina
1 punta di cucchiaino di lievito per torte salate (non vanigliato!!)
1/2 cucchiaino di bicarbonato
150 gr di zucchero
75 gr di burro
2 uova
2 cucchiai di  latte
2 banane schiacciate (io tre…le dovevo consumà!! 😀 )
1 pizzico di sale

Procedimento:

In una ciotola unite la farina, il bicarbonato, il lievito e il sale.
Mescolate con un cucchiaio e lasciate da parte
In un’altra ciotola unite lo zucchero e il burro a fiocchetti.
Schiacciate prima con una forchetta, poi lavorate con le fruste
Aggiungete il latte, poi le uova, una per volta.
Unite le banane schiacciate
Ora unite le polveri ai liquidi e amalgamate
Imburrate uno stampo da plum cake, versateci il composto 
Infornate in forno preriscaldato a 180°


Senza separarsi mai: farfalle bicolore alle verdure estive

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Ci sono volte in cui trasformare in parole le emozioni diventa complicato come stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina. Epperò dentro senti il bisogno di farlo, perché inconsciamente pensi che mettere le cose nero su bianco, ti aiuterà a non lasciarle andar via, ad imprimere in qualche modo quelle sensazioni dentro di te, per sempre. Che poi è vero solo in parte. Le cose belle ti restano dentro, comunque. E ogni volta che lo vorrai, potrai andare a bussare alla porta di quel ricordo per sentirti di nuovo felice, come quel giorno, come quella volta. 
Dietro una delle porte dei miei ricordi, ci sono due amici che contro ogni difficoltà, una mattina si infilano in un treno e ti vengono a trovare: per poche ore, ma non importa. Vanno e vengono in giornata, ma per vederti lo fanno. Il minimo che tu possa fare è cercare di accoglierli al meglio. Non saranno amici che vengono a pranzo, ma saranno ospiti d’onore nel tuo umile nido. 
Ecco come una giornata diventa un regalo: chiacchiere libere senza sosta, un pranzo vegetariano, regali da scambiare, segnaposto con messaggi magici. Pani da dividere insieme, farfalle che volano, abbracci stretti come se fossero gli ultimi, messaggi lasciati in barattolo, da chi non si accontenta solo di aprirlo, ma l’annusa pure (profuma di cosa, Gè? Profuma di buono!).
Dediche lasciate riposare nei libri, acqua che straborda dalla farina, adesso la recuperiamo, un piatto blu e un tovagliolo bianco, olive che sanno di cantina (?), passioni da raccontare, melanzane non contaminate da peperoni, bicchieri d’acqua rovesciati, lieviti a cui dar da mangiare, baci che fanno rumore, ma non bastano, “ancora, ancora“. 
E poi, quegli occhi lucidi, dopo
E una porticina dentro, dove per ricordare tutto questo ti basterà fare solo toc toc.

E sarà come essersi separati mai.

Ingredienti:

Per la pasta

Farina
Uova
Concentrato di pomodoro

Per il condimento

Fiori di zucca
Zucchine
Pomodori pachino
Olive nere denocciolate e tagliate a rondelle
Basilico fresco
Peperoncino
Aglio
Olio
Sale

Procedimento:

Preparate due impasti separati: uno uova e farina, l’altro con concentrato di pomodoro e farina. 
Stendete la sfoglia e guardando questo esempio create delle sfoglie bicolore.
Guardando invece questo, formate le farfalline.
Pulite i fiori di zucca e tagliateli a listarelle.
Pulite le zucchine e tagliatele a cubetti.
Lavate i pomodorini e tagliateli a metà.
In una padella fate soffriggere dell’aglio e dell’olio, aggiungete le zucchine a cubetti e un dito di acqua calda, lasciando ammorbidire. 
Quando le zucchine sono quasi morbide, aggiungete i pomodorini e lasciate cuocere  5 minuti. 
Aggiungete basilico fresco, del peperoncino e aggiustate di sale.
Verso la fine aggiungete i fiori di zucca e le olive tagliate a rondelle.
Se è il caso, aggiungete acqua calda: sul fondo della padella dovrà rimanere il sughetto che aiuterà a condire la pasta. 
Lessate la pasta in acqua salata, scolatela e saltatela in padella con il condimento.

“La durata media di un abbraccio tra due persone è di 3 secondi. Ma i ricercatori hanno scoperto qualcosa di fantastico. Quando un abbraccio dura 20 secondi, si produce un effetto terapeutico sul corpo e la mente. La ragione è che un abbraccio sincero produce un ormone chiamato “ossitocina”, noto anche come l’ormone dell’amore. Questa sostanza ha molti benefici sulla nostra salute fisica e mentale, ci aiuta, tra l’altro, a rilassarci, a sentirci al sicuro e calmare le nostre paure e l’ansia. Questo meraviglioso tranquillante è offerto gratuitamente ogni volta che si prende una persona tra le nostre braccia, che si culla un bambino, che si accarezza un cane o un gatto, che si balla con il nostro partner, che ci si avvicina a qualcuno o che si tiene semplicemente un amico per le spalle.” 
Nicole Bordeleau

Tarte al limone

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“Ah Chià, ho il dolce dei tuoi sogni” ho scritto un giorno alla mia adorata Chiara.
“Ma in che senso? L’hai fatto o lo devi fare?”
“L’ho fatto, ma ne resta una fetta. Che c’hai da fà dopo il lavoro?”
“Niente, vengo da te” 
“Ecco, sbrigate”
😀
Mi arriva che ho già il the pronto, bello pieno di limone come piace annoi. Le metto davanti la fetta. 
“Vabbé, ma dividiamola, così la mangi anche tu” prova a dirmi.
“Ma lascia fà, magna e zitta che chissà quanno te ricapita!?”
😀 😀 😀
Per me limone vuol dire Chiara. Anzi, vuol dire me + Chiara. Che il limone ci fa impazzire, vero Chià?
Che quando sono stata male e non mangiavo, avevo sete solo di limone assoluto. Affondavo i denti in uno spicchio di quei fantastici limoni di casa, ancora non propriamente maturi, quindi ancora più aspri che se ci penso mi vengono le vertigini tanto che mi piacciono. Comunque quando dico limone, è come dicessi Chiara.
Per questo ho messo in salvo la fetta per lei. L’ho transennata, protetta, circoscritta con nastro rosso tipo CSI  con tanto di biglietto vicino “se la tocchi sei un uomo morto!“. Non ridete, che a casa mia così bisogna fare 😀 Ho imparato dopo innumerevoli piatti fatti fuori, dolci aperti, composizioni guastate a suon di “ma io non lo sapevo!”…se se 😀
Le persone che mi conoscono davvero a fondo, nella mia vita, si contano sulle dita di una sola mano, e non la prendono nemmeno tutta. Chiara è tra loro. Ci pensate che sto per compiere 33 anni (si si, l’anni de cristo) e lei la conosco da 19 anni? A me è un numero che fa impressione, un pò perché mi ricorda che sto inesorabilmente crescendo, e un pò perché penso ma come avrà fatto a sopportarmi tutto sto tempo? Nessuno è durato tanto. Che significherà? Lo devo chiedere a lei. Perché veramente ancora non me ne capacito, e non sto scherzando.

Che poi ne abbiamo passati di momenti brutti, eh! Periodi un pochino distanti, periodi di dolori amari, viaggi, uscite, solitudine…tutte le abbiamo passate. D’altra parte, 19 anni sono parenti stretti di 20…e 20 anni in una vita sono davvero molti. Tantissimi. Se ci penso ho le vertigini pure per questo (si si, ho sempre le vertigini).

Se ripenso a questi anni, mi vengono in mente molte cose…le cene insieme, le confidenze, l’esser diventate grandi, le carezze quando ci consolavamo a vicenda per un dolore troppo grande (“arrivo da te, ce l’hai un posto sul divano della consolazione?”), inevitabilmente tutte le persone che ci hanno deluso e che, forse, anche noi abbiamo deluso a nostra volta. Quel viaggio dove mi ero invaghita del vicino di stanza…peccato che lui aveva 40 anni più di me 😀 (ti ricordi Chià com’ero diventata rossa quando si era offerto di farci una foto con l’asciugamano intorno alla vita? ahahahahhaha :D).
O quel viaggio a Lisbona dove abbiamo preso pioggia che dio la mandava e avevamo litigato perché sono incontentabile, incontenibile e permalosa…certe volte mi punto peggio di un somaro! (Puoi dirlo, si si).
E quella volta che eravamo ragazzine e prendemmo il treno per Genova? Perché io m’ero fissata che volevo vedere la città di De André. Che viaggio, quello! Eravamo due bambine, diomio. Io attraversavo i binari  e lei che scendeva nel sottopassaggio, si poteva essere più diverse di così? Però abbiamo sempre viaggiato bene, insieme, vero? ci siamo sempre assecondate. E sai che per me viaggiare con qualcuno non è una cosa che prendo tanto alla leggera.

Noi due che ci chiamiamo con lo stesso soprannome da sempre, vicendevolmente: Micia. Micia di quà, Mica di là, Micia quando vieni? Nessuna distinzione tra noi: siamo Micie tutt’eddue.

E le mie citofonate a casa sua…          

Se arrivo solo con me stessa                                       Se arrivo con un regalo

«Driiiin »                                                                       «Driiiin»
«Chi è? »                                                                      «Chi è?»
«Io!»                                                                             «Sono il tuo regalo da scartare»
«Io chi?» 😀                                                                    

oppure, se arrivo con un dolce                                     ..e se arrivo con bisogno di coccole

«Driiin!»                                                                        «Driiiiin» 
«Chi è? »                                                                       «Chi è?»
«Sono la Micia Pasticcìììna »                                          «Sono quella in cerca del divano»

Quella volta che davanti al cancello di casa sua le chiesi 
 «Ma dove la trovi un’altra come me?!?» 
 «Grazieaddio da nessuna parte!» 😀 😀

Ma resta storica quella notte che non si spiega come non abbiamo svegliato tutta  casa, a ridere a crepapelle,  senza più riuscire a respirare, tanto che ridevamo, incapaci di controllare il nostro corpo (io ho creduto davvero che sarei morta!)…e solo perché avevamo fatto quella battuta sulla tarantella…campassi cent’anni, non potrei mai dimenticarlo! Quella sensazione di soffocamento dalle risate, che ci scuotevano come lenzuola stese al vento.

Ti ricordi, poi, quanta musica abbiamo ascoltato insieme? In questi giorni sto ascoltando tanto Mia Martini, credo che per questo mi sia venuto di scrivere un post per te. L’amavamo tanto. E la Martini ha scritto molte canzoni davvero belle, alcune molto struggenti, ma io non ti voglio lasciare con una canzone così, no no.
Ti voglio lasciare con una canzone speciale, molto densa e molto carica, che le sorelle Bertè cantarono insieme ad un Sanremo. Guardati il video. Guardale. Due sorelle così diverse, così piene di passione entrambe. Il finale è da brividi sulla pelle, il sorriso di Mimì è miele nella curva di un cucchiaio. Guarda come si reggono lo sguardo, come si tengono occhi negli occhi. Io ti tengo così!


e ricordati, per parafrasare la canzone, che qualsiasi notte verrà
ci sarà sempre un faro a tagliare il buio sul mare 
😉

PS: che poi Chià, la faccenda della tarantella non fa ridere. Perché ridemmo così? 😀

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Questa tarte è di Adriano. E’ stupenda! Io poi mi sono innamorata della sua linea…mi sembra perfetta, impeccabile…la fetta tagliata è meravigliosa. Non una sbavatura, non una mescolanza. C’è la frolla e c’è la crema al limone, perfettamente parallele. Sono un sogno. Chi ama un pochino la geometria, sa di cosa sto parlando.

Ingredienti:

400 gr di pasta frolla
180 gr di uova
125 gr di zucchero a velo
100 gr di panna fresca
50 gr di succo di limone
Zeste di un limone (possibilmente non trattato)
1 pizzico di sale
1 albume

Procedimento:

Stendete la vostra frolla in modo che sia un pò più grande del vostro stampo capovolto
Posizionatela quindi sul vostro stampo con delicatezza e sistemate il bordo e il fondo in modo uniforme
Ora passate il mattarello sul perimetro dello stampo, facendo pressione, in modo tale che possiate tagliare in modo preciso la pasta in eccesso.
Bucherellate tutta la superficie con i rebbi di una forchetta

Ora, cospargete la superficie di riso o fagioli (meglio fagioli), coprite con carta argentata e mettete in forno a 170° per 10 minuti
Trascorsi i 10 minuti, estraete la teglia, togliete il riso o i fagioli (meglio i fagioli :D) e pennellate la superficie con un albume battuto
Infornate ancora, stavolta senza carta argentata, per 10 minuti. 
In questi 10 minuti, preparate il ripieno mescolando le uova, lo zucchero a velo e zeste di limone
Ora aggiungete il succo di limone, il sale e infine la panna.
Mescolate bene e versate il composto sulla vostra frolla
Abbassate la temperatura a 120° e cuocete per altri 30 minuti
Il composto non deve solidificare. La giusta consistenza l’avrete ottenuta quando scuotendo delicatamente il bordo della teglia, il ripieno tremerà rimanendo però al suo posto. A me sono bastati 30 minuti esatti.


E’ l’amico è

Avete presente quando desiderate qualcosa con tutte le vostre forze? quando la vostra testa è spostata su un unico pensiero e il vostro cuore va solo in quella direzione? Finisce che desiderate così tanto quel qualcosa, che anche il vostro corpo urla. 
Ecco. Io desideravo arrivare alle ferie. Chiudere la lampo sul mondo del lavoro, scollegare la mia mente e il mio corpo da quel turbine e scaricare ogni tensione, ogni negatività. Scaricarmi a terra come un fulmine, e subito dopo un pacifico e sacrosanto e lungamente aspirato silenzio. 
Sabato mattina pre festivo, mi sveglio come se mi fossi svegliata da un lungo letargo. Apro le finestre e una luce mi invade gli occhi, accecante, bellissima. Sono così meravigliata, che resto un pò imbambolata, con gli occhi stropicciati, ma da quel sole non voglio andare via. L’aria è frizzante, viva. La casa silenziosa, calda. 
Non so quanti pensieri in un minuto attraversano la mia mente, ma so che a un certo punto mi scrollo e mi dico “Forza, forza, che arriva Matteo!“. 
Mi metto in movimento. In un’ora impasto i miei pici, riordino la stanza, preparo la cucina, mi lavo, mi vesto e scendo. La spesa! Cavolo che risate che mi sono fatta qualche giorno prima per la faccenda della spesa.

“Senti Matté, si ok, sabato ci vediamo, ma sappi che sti giorni so’ impicciatissima, ho il frigo vuoto, e non ho tempo nemmeno per pensare a cosa cucinarti. Per cui ok, ci vediamo sabato pé pranzo, però dimmi cosa posso cucinarti così vado spedita a fare la spesa prima che arrivi”
“Ma non te vergogni??? Una che c’ha un blogghe de cucina che chiede a me cosa cucinare??” 

ahahahahahahha 🙂 bello mio, c’ha ragione 😀
Ma in tutto questo chi ce l’ha avuto il tempo per pensare a cosa fare! Il frigo piange desolato, la dispensa non ne parliamo. Scendo tutta pimpante in strada e sorrido di questo cielo azzurro e questa voglia di vivere che mi agguanta dopo non so quanto tempo. Fornaio di fiducia, salumeria di fiducia (costosa, ma una garanzia). Il ragazzetto alla cassa mi scambia per un’altra, ma ha il difetto di parlare come se c’avesse na’ patata in bocca
“ssjhdkjhkjhf…ita”
“?”
“nshjseirfnd..ita?”
“Scusa?”
“dksdjfddf…ita?”
qui la scena si fa imbarazzante – 
“Scusami, non ti capisco”
“Ma non sei ‘a fija de Rita?” dice con una faccia da pesce lesso
“No!”
“Ah, scusa t’ho scambiato pe’ n’artra!”
annamo bene, penso, due di me non si possono sopportà! 😀
Pago, giro i tacchi e me ne vado sorridendo, pensando alla faccia di Matteo quando glielo racconterò.
Salgo le scale a due gradini per volta e metto insieme il mio pranzetto veloce ma gustoso. 
Le bruschette! Massì, gli faccio le bruschette a  Matteo che gli faccio sentire che cos’è l’olio nuovo di quest’anno. 
Matté, ma quant’è che non ci abbracciavamo? Due mesi o giù di lì…che bello ritrovare un volto amico, braccia amiche, t’ho fatto i pici, li hai visti? poi dì che non te tratto bene….quanto mi sei mancato, ma lo sai che m’è successo prima? 
Ascolta e sorride. Afferma: “te le cose buffe le attiri pe’ costituzione” 😀  (passerà alla storia)
E così mangiamo, parliamo, ridiamo, fumiamo (uno strappo alla regola), e ritroviamo quella gioia che da sempre contraddistingue i nostri incontri, da quando ho avuto il privilegio di conoscerlo. 
Matté, com’era l’olio nuovo? :’)

E racconta, com’erano i miei pici al ragù di tonno? :’)
Io dovrei raccontare cosa sono stati i tuoi pensieri per me, i tuoi regali, ma più di tutto dovrei spiegare quanto bene mi hanno fatto le tue parole e i tuoi sorrisi, e di quanto avevo bisogno di quell’abbraccio amico, ma non lo posso fare, perché per queste cose le parole non sono sufficienti. 
Un amico così, chi ce l’ha deve tenerlo stretto. E io ti tengo. 
Grazie di cuore!

Mappoi, io c’ho la risata sguaiata? 😀