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Curry di pollo

Più o meno nella testa di ogni blogger albergano numerose ricette da voler provare. Nella nostra mente si appuntano priorità, curiosità, bisogno di assaggiare questa o quella cosa. 
Il curry era tra le mie curiosità più spiccate. Quando l’ho visto da Lou, la mia mente aveva già deciso di provarci. 

Come spiega la mia Amica Lou, il curry non è quella polverina che si può acquistare al supermercato. E’ molto, molto di più.

Di origine indiana, il curry è un insieme di spezie che può variare di tradizione in tradizione. O più semplicemente, varia in base ai gusti di chi lo prepara. 

Io mi sono affidata a Lou, e ho seguito la sua ricetta, ad eccezione del mezzo cucchiaio di senape forte che io non ho messo e che ho sostituito con semi di senape nera. 

Al momento in cui ho aggiunto le spezie nella padella dove si era dorata la cipolla unita al ghee, si è sprigionato immediatamente un profumo intenso, talmente buono da farmi sorridere. 

Il mio primo curry mi è piaciuto da matti. 

Grazie Lou!


© Michela De Filio

Ingredienti
800 gr petto di pollo tagliato a cubetti 
1 cipolla piccola 
1 cucchiaino di fieno greco 
1 cucchiaino di semi di cumino 
1 cucchiaino di cardamomo in polvere 
1 cucchiaio di coriandolo in polvere 
1 cucchiaino di senape nera
2 pomodori 
2 cucchiai di ghee (burro chiarificato, la mia ricetta qui)
Peperoncino a piacere
½ litro di latte di cocco
Sale
Procedimento

In una padella sciogliete il ghee e fate imbiondire la cipolla tritata
Aggiungete le spezie e fatele andare per qualche minuto. 
Aggiungete i pomodori tagliati a dadini e lasciate cuocere una decina di minuti, il tempo di far disfare il pomodoro
Aggiungete il latte di cocco e lasciate cuocere fino a restringimento, aggiustando di sale e peperoncino.
Chiudete il curry in una ciotola e mettetelo in frigorifero a riposare fino al giorno dopo. 
Al momento di servire il curry, scaldatelo e servitelo con i cubetti di pollo saltati in padella.

***
“Ti invito al viaggio 
in quel paese che ti somiglia tanto. 
I soli languidi dei suoi cieli annebbiati 
hanno per il mio spirito l’incanto 
dei tuoi occhi quando brillano offuscati. 
Laggiù tutto é ordine e bellezza, 
calma e voluttà. 
Il mondo s’addormenta in una calda luce 
di giacinto e d’oro. 
Dormono pigramente i vascelli vagabondi 
arrivati da ogni confine 
per soddisfare i tuoi desideri”
                     
                                                           Ciao Manlio

Bavarese alle mandorle con briciole di amaretto

Ho sempre amato la musica. Le persone che leggono questo blog da un pò, staranno facendo di si con la testa. Quante volte vi ho parlato di come la musica influenza la mia vita? Tante.

La musica è il filtro tra me e la realtà che mi circonda. Avvolge tutto, come una placenta. Situazioni, esperienze, persone, viaggi. Non esisto senza di lei e mi piace pensare che lei esista per me.
Musica balsamo per le mie ferite, miele sulle mie labbra, carezza sui timpani miei. Sottovoce, urlata, proclamata, zitta zitta. Ninna nanna tutte le sere, quando vince la stanchezza e cadono le barriere: il pugno si apre sconfitto dal sonno, l’mp3 dentro. E tutto muore, nel sonno, tranne lei. 
La amo così tanto, e la ritengo così imprescindibile, da arrivare ad avere paura di chi non la considera (e non dico tanto per dire). 
Ossessiva, totale e compulsiva, come in tutte le cose che nella mia vita mi danno dipendenza. Sono io. Sono quella in grado di ascoltare una canzone a ripetizione anche per un giorno intero, fino ad averne le orecchie e i sensi pieni, per poi accantonarla improvvisamente e dimenticarmene per mesi. 
Ma poi la musica torna, torna come tutte le cose importanti. Fa un giro lontano come un boomerang e poi torna. E magari quando torna ti prende in fronte con un colpo che a stento resti in piedi. 
E sapete quando succede? Quando state facendo altro. State magari scegliendo un vestito in un negozio, raccogliendo una matita a terra, passeggiando su una strada sconosciuta…e improvvisamente in testa vi viene quella nota. Che potrebbe essere una nota qualsiasi di mille mila altre canzoni, ma non lo è. E’ solo quella nota. 
Quella che si è agganciata ad un vostro ricordo, un giorno per caso, e non l’ha lasciato più. Quella nota sta appesa al vostro ricordo come lo potrebbe essere un uomo a un paracadute.
La mia vita è un disordinato pentagramma.
Spettinato, come me.

“La musica è il tipo perfetto dell’arte, perché non può mai svelare il suo ultimo segreto”
                                                                    | Oscar Wilde |

Dosi per circa 12 cupole di bavaresi da 8 cm di diametro

Per il bavarese alle mandorle 

400 g di panna liquida
100 g di zucchero
250 ml di latte intero
50 g di pasta di mandorle pura
10 g di colla di pesce
4 tuorli

Idratate la colla di pesce in un velo di acqua 
Montate i tuorli con lo zucchero 
Aggiungete il latte e mettete sul fuoco.
Arrivate ad una temperatura circa di 80° (fermatevi prima che arrivi a bollore)
Aggiungete la gelatina e sbattete con una frusta a mano fino a completo scioglimento. 
Lasciate raffreddare. 
Intanto montate la panna. 
Quando la crema inizia a tirare, incorporate delicatamente la panna. 
Versate negli appositi stampi in silicone e congelate

Per le decorazioni di cioccolata

Cioccolato fondente di ottima qualità

Sciogliete il cioccolato a bagnomaria
Lasciate stemperare portando fino a 30°C circa
Versate il cioccolato in una sac a poche con beccuccio fine
Create le vostre forme su un foglio di carta forno e lasciare raffreddare completamente prima di staccare

Per guarnire

Amaretti a piacere

Per il montaggio

Sformate le cupole di bavarese nel piatto e lasciate a temperatura ambiente circa 30 minuti
Sbriciolate gli amaretti sulla superficie
Guarnite con le decorazioni di cioccolata



****
Quasi 34 anni e sono di nuovo sui banchi di scuola.
La sera, dopo il lavoro. 
Stanca ma felice.
In bocca al lupo a me!



Apriti cuore, ti prego: Muffins ai pomodori secchi

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In questa notte calda di ottobre, apriti cuore 
non stare li in silenzio senza dir niente 
non ti sento, non ti sento, da troppo tempo non ti sento 
e ti ho tenuto lontano dalla gente 
quanti giorni passati senza un gesto d’amore 
con i falsi sorrisi e le vuote parole
Ho perfino pensato in questa notte di Ottobre 
di buttarti via……di buttarti via 
ah lo so il cuore non e’ un calcolo 
freddo e matematico 
lui non sa dov’e’ che va 
sbaglia si ferma, e riprende 
e il suo battito non e’ logico 
e’ come un bimbo libero 
appena dici che non si fa 
lui si volta e si offende 
non lasciarlo mai solo come ho fatto io 
lascia stare il potere, il denaro non e’ il tuo Dio 
o anche tu rimarrai senza neanche un amico 
Cambierò, Cambierò 
apriti cuore ti prego fatti sentire 
Cambierò, tornerò come un tempo padrone di niente, di niente…di niente 
anche davanti a questo cielo nero di stelle, 
e ce ne sono stanotte di stelle, forse miliardi, cuore non parli? 
o sono io che non sento e per paura di ogni sentimento 
cinico e indifferente faccio finta di niente 
ma non ho più parole in questa notte di ottobre 
sento solo lontano un misterioso rumore 
e’ la notte che piano si muove, e tra poco esce il sole 

Cambierò, Cambierò 
apriti cuore ti prego fatti sentire 
cambierò, tornerò come un tempo padrone di niente, di niente, di niente 
Cambierò, Cambierò 
apriti cuore ti prego fatti sentire 
cambierò, tornerò come un tempo padrone di niente, di niente, di niente 
Cambierò, Cambierò 
apriti cuore ti prego fatti sentire 
cambierò, tornerò come un tempo padrone di niente, di niente, di niente
                                                   
                                                                          | Lucio Dalla, Apriti cuore |

Ingredienti:

150 gr di farina 00
40 gr di farina fioretto
60 gr di burro
30 gr di parmigiano
40 gr di pomodori secchi sott’olio
1 uovo
1 pezzetto di porro
100 ml di latte
1 cucchiaino di lievito per torte salate
4 gr di sale

Procedimento:

Unite le due farine con il parmigiano, il lievito e il sale
In un’altra ciotolina unite il latte, l’uovo e il burro sciolto. 
Spezzettate i pomodori secchi e tritate il porro.
Unite le polveri con i liquidi e aggiungete i pomodori con il porro
Riempite dei pirottini di carta per 3/4 e se vi piace decorate con un pomodorino fresco
Infornate a 220° fino a cottura


Fette biscottate all’orzo

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E’ chiaro che il pensiero da fastidio
anche se chi pensa è muto come un pesce […]
Il pensiero come l’oceano
non lo puoi bloccare
non lo puoi recintare 
                                                                   | Lucio Dalla – Com’è profondo il mare |

                                     

Era un bel po’ che non facevo da me le fette biscottate. Le avevo fatte qui, vi ricordate? Poi un giorno, durante una chiacchierata con i miei amici di Napoli, dove tanto per cambiare si parlava di impasti, mi è venuta in mente l’idea di riprodurre le fette biscottate all’orzo. Le ho fatte un paio di volte, con piccoli aggiustamenti, e oggi vi presento la ricetta.
La lieve presenza di burro dona un gradevole odore, senza appesantire l’insieme. 

L’impasto naturalmente si può fare anche in modo diretto, come la mia prima prova che vi inserisco di seguito. Il secondo tentativo invece fatto con un pre impasto fatto la sera, così da poter cuocere il giorno dopo a pranzo (pre impasto fatto con 150 g di farina, 150 g di latte intero e 50 g di pasta madre).

Si può impastare anche a mano.

Per chi volesse usare il lievito di birra, ne può usare 2 g nel pre impasto oppure 6/8 g in impasto diretto.

© Michela De Filio

Ingredienti x 2 stampi 26×11:

600 g di farina 00
200 g di latte intero
160 g di acqua
80 g di lievito madre
60 g di zucchero
30 g di burro
10 g di malto d’orzo
8 g di sale
3 g di orzo solubile

Per pennellare


1 albume

Procedimento:

Sciogliete il lievito madre in un po’ del latte dell’impasto. 
Nella planetaria inserite tutta la farina, il malto, il lievito sciolto e tutto il latte.
Iniziate ad impastare a bassa velocità per circa 5 minuti
Unite alternandoli lo zucchero e l’acqua, fino ad esaurirli.
Aumentare di poco la velocità e quando l’impasto è incordato, inserire il burro in piccoli pezzi, facendolo assorbire bene. 
Ribaltare un paio di volte l’impasto all’interno della planetaria con l’aiuto di una spatola. 
Aggiungete il sale e lasciatelo assorbire.
Rovesciate l’impasto su un piano da lavoro leggermente infarinato e fate poche pieghe stretch and fold.
Dividete l’impasto in due pezzi, uno dei quali poco più grande della metà.
Il pezzo più grande, arrotondatelo e ponetelo a lievitare in una ciotola coperta bene da pellicola. 
Il pezzo più piccolo, rimettetelo in planetaria con l’orzo solubile e lavoratelo finché l’orzo non sarà distribuito uniformemente. 
Arrotondate anche questo impasto e ponetelo a lievitare come quello più grande. 
A raddoppio avvenuto, su un tavolo leggermente infarinato, stendete con il mattarello tutti e due gli impasti, formando due rettangoli.
Sovrapponete quello all’orzo su quello bianco, quindi arrotolate per il lato lungo.
Dividere a metà il cilindro e dividere i due impasti in due stampi da plum cake foderati di carta forno. 
Fate raddoppiare coperti da pellicola, poi pennellateli con albume, quindi cuoceteli in forno statico a 200° fino a cottura (circa 35 minuti). 
Lasciate raffreddare per qualche ora su una gratella, quindi tagliate a fette sottili e tostate in forno a 100° fino a doratura.

E la meravigliosa gelatina di cotogne di mia Mamma :’)

                                                          E le fette regalate a Chiara :’) 


                                                            E le arance di mio Papà :’)




******
Questa ricetta va in dono alla raccolta di questo mese di 
Panissimo
di

Crostata di pane e mele in crosta croccante

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Sono giorni intensi. Quelli che vivi di filato senza tempo per uno sbadiglio. C’è la vita da prendere a piene mani e tutte le possibilità che schizzano davanti come palline in un flipper. Sono concentrata a non perdere nulla, a vivere tutto intensamente, tirare un sospiro di stanchezza l’attimo prima di prendere sonno, sempre troppo tardi.

C’è stato un viaggio a Torino che mi ha dato tanto.
C’è stata la sorpresa inaspettata di Vaty, che mi ha messo il cuore in gola.
E sempre grazie a lei, c’è un viaggio da organizzare per il prossimi mesi con la mia amica Eleonora.
C’è stata una bellissima giornata di sole trascorsa con il mio amico Matteo.
C’è stata una proposta lavorativa extra, un bel progetto da mettere in piedi.
C’è stata l’offerta di scrivere di ciò che più amo al mondo.
Ci sono state passeggiate a Trastevere e scoprire il cuore di ciò che amo.

E questo non è ancora niente. Perché insieme a tutto ciò c’è stata sempre lei, la musica. La regina del mio cuore. La mia compagna fedele. Lei che mi accompagna a vivere la mia vita naso in su e a cui sono grata, di tutto ciò che mi dona ogni giorno.

© Michela De Filio

chissà come sarà lui domani 
su quali strade camminerà 
cosa avrà nelle sue mani..
..le sue mani ..
si muoverà 
e potrà volare nuoterà su una stella 
come sei bella 
e se è una femmina si chiamerà futura. 
Il suo nome detto questa notte 
mette già paura, sarà diversa
 bella come una stella, sarai tu in miniatura





Ricetta di Luca Montersino

[in rosso le mie variazioni e annotazioni]

Ingredienti:


Per il ripieno

400 gr di mele
60 gr di uvetta sultanina
20 gr di pinoli
30 gr di rum
80 gr di burro fuso
160 gr di pane casereccio (io ne ho usato uno fatto da me, integrale con farina di orzo)
80 gr di latte intero
10 gr di zeste di limone
Cannella in polvere (io 3 cucchiai)

Per gli steusel 

120 gr di zucchero a velo
120 gr di marzapane (io 120 gr di farina di mandorle)
240 gr di burro (io 120 gr)
320 gr di farina (io 120 gr di farina)
5 gr di lievito chimico (io non l’ho messo)


Per la finitura

400 gr di pasta frolla (che trovate qui)
100 gr di confettura di albicocca
100 gr di gelatina neutra (io non ho gelatinizzato la torta)
Zucchero a velo

Procedimento:

Lavate e sbucciate le mele, quindi riducetele a dadini.
Riducete a dadini anche il pane e ammorbiditelo con il latte.
Unite quindi tutti gli ingredienti del ripieno.
Preparate lo streusel unendo tutti gli ingredienti e creando un composto omogeneo.
lasciatelo riposare in frigorifero per una mezz’ora.
Intanto imburrate molto bene la teglia e foderatela con la pasta frolla.
Bucherellate il fondo e spennellatelo con la confettura di albicocca.
Versate tutto il ripieno nella teglia.
Passate la pasta per streusel attraverso un setaccio a maglie molto larghe e fate cadere tutto sulla superficie del dolce.
Cuocete in forno caldo a 200° per 25 minuti.
Sfornate e spolverate di zucchero a velo.

****
Intanto Torino ha incendiato il mio cuore


Fougasse

Non so aspettarti più di tanto ogni minuto mi dà l’istinto di cucire il tempo e di portarti di qua, ho un materasso di parole scritte apposta per te e ti direi spegni la luce che il cielo c’è,  star lontano da lei non si vive, stare senza di lei mi uccide, testa dura testa di rapa vorrei amarti anche qua nel cesso di una discoteca o sopra il tavolo di un bar, o stare nudi in mezzo a un campo a sentirsi addosso il vento
Io non chiedo più di tanto anche se muoio son contento, star lontano da lei non si vive, stare senza di lei mi uccide,   canzone cercala se puoi
dille che non mi perda mai
va’ per le strade e tra la gente
diglielo veramente, io i miei occhi dai tuoi occhi non li staccherei mai  e adesso anzi me li mangio tanto tu non lo sai
Occhi di mare senza scogli il mare sbatte su di me
Che ho sempre fatto solo sbagli
Ma uno sbaglio che cos’è?   Stare lontano da lei non si vive stare senza di lei mi uccide, canzone cercala se puoi
dille che non mi lasci mai
va’ per le strade e tra la gente
diglielo dolcemente e come lacrime la pioggia mi ricorda la tua faccia io la vedo in ogni goccia che mi cade sulla giacca, stare lontano da lei non si vive stare senza di lei mi uccide,   canzone trovala se puoi
dille che l’amo e se lo vuoi
va’ per le strade e tra la gente
diglielo veramente
non può restare indifferente
e se rimane indifferente
non è lei…

                                                                                                                | Grazie Lucio Dalla

La fougasse, al contrario di come potrebbe sembrare,  è un pane a tutti gli effetti. Ha origini provenzali e il suo nome deriva dal latino focus, ovvero focolare. In origine infatti veniva cotta sulla cenere del focolare. 

Un pane che resta molto molto croccante fuori e morbido all’interno. 
Con questo impasto vi verranno tre fougasse. Io le ho volute ognuna diversa dall’altra: una l’ho fatta semplice, in una ho incorporato erbe provenzali e all’ultima ho incorporato pancetta e cipolle saltate in padella. 
Buonissime tutte e tre le varianti.
La ricetta è tratta dal libro “Il pane fatto in casa” di Cyril Hitz, riadattata con lievito madre.

Ingredienti:

Per la biga

300 gr di farina
160 gr di acqua
20 gr di lievito madre

 Per l’impasto

400 gr di farina
300 gr di acqua
14 gr di sale
Tutta la biga

Per aromatizzare/farcire

Erbe aromatiche (timo, rosmarino, salvia, dragoncello)
Cipolla
Pancetta
Sale grosso

Procedimento:

La sera prima preparate la biga: sciogliete il lievito madre nell’acqua e poi unitela alla farina. 
Miscelate e coprite con pellicola per tutta la notte. 
Al mattino la vostra biga sarà raddoppiata di volume. 
Create una fontana con la farina con un grande spiazzo nel mezzo. 
Inserite all’interno l’acqua e spezzettateci all’interno la biga 
Con l’aiuto di una spatola flessibile sciogliete la biga nell’acqua. 
Iniziate piano piano a incorporare l’acqua alla farina , formate una massa grezza e iniziate a lavorare l’impasto con le pieghe stretch and fold, come in questo video. 
Quando l’impasto sarà incordato, arrotondatelo e mettetelo in un recipiente leggermente oliato a lievitare, coperto di pellicola. 
Il mio impasto ha impiegato 3 ore. 
Rovesciate l’impasto lievitato su un piano da lavoro e fate la pezzatura: 3 pezzi da 400 gr cadauno.
Spolverate leggermente il piano di farina e con l’aiuto di un mattarello, ricavate un rettangolo per ogni pezzo (se volete anche voi farne un paio aromatizzate, incorporate le erbe o la pancetta con la cipolla saltare in padella, prima di stendere). 
Intagliate i pezzi come nella foto sopra, quindi trasferite i pezzi con delicatezza sulla placca da forno, allargando i tagli in modo armonioso. 
Coprite e lasciate lievitare 1 ora. 
Pennellate di olio e a piacimento aggiungete sale sulla superficie. 
Infornate in forno caldo a 220° fino a doratura.



Le mie fougasse finiscono dritte dritte alla raccolta di Panissimo 
di questo mese, che trovate qui da me.

La raccolta è stata ideata da Sandra e Barbara.

Muffins alla nocciola con sorpresa

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Uno ci prova, a spiegare come le emozioni gli vengono addosso. A spiegare cos’è quel mondo che ci portiamo dentro, quel mondo contenuto in una semplice parola: l’emozione.
Quell’insieme di sensazioni che ci coglie di sorpresa, per qualcosa che, non si sa come-non si sa perché, tocca le nostre corde e le fa vibrare come foglie al vento. Le scuote, le scrolla. Basta poco in realtà, non sempre servono cose eclatanti. Ma ci vuole quella cosa, quella che ci colpisce, e improvvisamente il sangue che ci scorre nelle vene va a farsi benedire, e ci va correndo, pure.
Uno ci prova, dicevo, a spiegarlo, ma non è mica semplice.
E’ che quando proviamo quelle emozioni forti, avremmo bisogno di condividerle, di spiegarle a chi amiamo, perché abbiamo bisogno, sotto sotto, di trasmettere loro la bellezza di ciò che stiamo provando. Bell’impresa. Forse impossibile.
Perché l’emozione è ciò che di più personale ci portiamo dentro: non è mica detto, infatti, che ciò che le mie orecchie ascolteranno, ciò che i miei occhi vedranno, ciò che le mie mani toccheranno, avrà sugli altri lo stesso effetto. Anzi, certo che no.

Eppure…nonostante questo, abbiamo bisogno di raccontarla a qualcuno, la bellezza. Abbiamo bisogno di dire a chi amiamo “Ho vissuto questo, ho provato quella sensazione, capisci?”. 
Vedere i Sigur Ròs domenica è stato apocalittico. Io e Matteo eravamo vicini ancora, proprio come a Londra. E proprio come a Londra, l’emozione è stata devastante. Non abbiamo avuto bisogno di raccontarcela però, perché io so che stavamo provando le stesse cose. Le stesse emozioni.
Un connubio perfetto tra voce, musica, scenografia, immagini. Quelle immagini oniriche proiettate completavano il quadro come il più bello dei film mai visti. Quella sensazione di movimento, di forza, di bellezza, che a tratti mi faceva chiudere gli occhi per godere di quello che succedeva nel mio corpo ancora più intimamente. La pelle d’oca che ho in silenzio mostrato a Matteo era solo una manifestazione in superficie, dentro mi scoppiava l’universo intero. Ero lì, ma ero anche altrove, in ogni dove. Come posso spiegarlo? Come posso dirlo a parole? Mi sono espansa come materia, scattata come una molla. Il cielo stellato sopra le nostre teste non mi sembrava più così tanto lontano. E quella voce m’è entrata dentro, ha invaso tutto, propagata in ogni dove.

Auguro a chiunque una volta nella vita di assistere ad uno spettacolo come questo, perché quello che resta è una magnifica poesia impressa senza segni visibili sulla pelle. 

Nemmeno la doccia prima della buonanotte l’ha lavata via.

© Michela De Filio

Ho ideato questa ricetta per muffins cercando di andare incontro ai miei gusti. Li ho provati due volte: una volta con e una volta senza la pasta di nocciole. Entrambe le versioni sono sublimi, ma la variante con la pasta di nocciole vi profumerà la casa. Proprio così. Ieri tornata a casa dal lavoro, entrando in cucina ho sentito un fortissimo profumo di nocciola…e infatti a colazione avevo chiuso male il coperchio della scatola che li conteneva. Che profumo sublime!
Ho realizzato questi muffins proprio domenica, giornata del concerto. E per farli ho utilizzato i pirottini che avevo comprato a Londra, la prima volta che ho assistito ad un concerto dei Sigur Ròs. 
Il loro profumo sarà per sempre il profumo di questo concerto.

Ingredienti per 16 muffins:

Polveri

320 gr di farina 00
200 gr. di zucchero
1 bustina di lievito per dolci

Liquidi

250 ml di yogurt alla nocciola
2 uova
80 ml di olio di semi di girasole
100 ml di latte
2 cucchiaini di pasta di nocciole (facoltativa)

Per completare

80 gr di cioccolato fondente tritato (se preferite, gocce di cioccolato)
Nutella

Procedimento:

La sera prima, in uno stampino per ghiaccio, ponete tanti piccoli cucchiaini di nutella..tanti quanti sono i muffins che volete fare (non riempite tutto lo spazio del ghiaccetto, altrimenti sarebbe troppo grande…regolatevi ad occhio affinché sia grande più o meno come una nocciolina). Congelate.
Il giorno dopo sbattete leggermente l’uovo e mescolatelo con lo yogurt, l’olio ed il latte.
A parte mescolate tutte le polveri.
Unite le polveri e i liquidi, aggiungendo le gocce di cioccolato a piacere. 
Riempite gli stampini ponendo al centro il ghiaccetto di nutella (il ghiaccetto deve rimanere all’interno).
Infornate in forno caldo a 180° per 15/18 minuti. 

Ci leggiamo venerdì, per i saluti prima della pausa estiva!


Zucchero di canna aromatizzato allo zenzero

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La musica mi sceglie come suo facile bersaglio. La sento subito, la riconosco, in lei mi perdo. Con la musica sono una spugna in riva al mare, pronta a prendere acqua, a riempirmi, colmarmi. La musica mi cerca. Lei. Mi trova quando ne ho bisogno, quando quelle parole sono le sole che aspettavo. Cucite addosso, storie della mia storia. Mi corre sotto la pelle, veloce come un fulmine in cielo. Da lei non prescindo, di lei non posso fare a meno. La mia compagna sempre. Di notte, quando cerco il sonno. Di giorno, quando vorrei fuggire dalle mie mura. In viaggio, a passeggio, sempre. La mia dose di droga genuina. Ferisce solo la sua bellezza, ma senza tagli, senza lividi. Mi espande, mi porta dentro l’universo, dilata i confini, spalanca tutto. Ci sono grazie a lei. Sento la mia presenza nel mondo attraverso di lei.

Mi ha travolto questa canzone di Lucio Dalla, non ascolto altro da giorni. Le mie orecchie non vogliono altro.  La porto con me nella mia camminata serale. Insieme risaliamo il parco, superiamo cigli d’erba colorata da fiori, cani a passeggio che ci guardano curiosi, la fontanella che ci aspetta per bere. Insieme vinciamo il solletico del sudore lungo la schiena, chiudiamo gli occhi contro il sole.

Un paio di anni fa ho avuto la fortuna di essere in uno dei posti più suggestivi del mondo: Cabo Da Roca, Portogallo, la punta più estrema dell’Europa Occidentale. Una scogliera alzata a picco sull’Oceano Atlantico.  Avevo scavalcato la staccionata per mettermi a filo sul bordo della terra. Quel giorno mi ero sentita parte dell’universo, della natura, parte del vento che mi scompigliava i capelli.

Quando ascolto questa canzone io ritorno là, in cima a quella scogliera, e mi ricordo che il mondo è un posto meraviglioso.

A me piaceva andare di notte ogni estate in riva al mare 
camminare e poi fermarmi ogni tanto lì e pensare a cose inutili 
a come è grande il mare a che distanza c’è tra qua e là 
oppure com’è che è così strano il mondo e come era strano esserci 
confondermi e perdermi sotto quel cielo e a tutte le stelle perdermi, 
riperdermi lontano da ogni cosa su una stella luminosa 
non esserci, non essere non esser mai nemmeno nato 
un punto solo, il più piccolo che c’è 
Adesso sei con me come mi sento io qui davanti a te 
ancora più confuso per averti qui vicino a me 
come se avessi sedici anni per questo cederò ad ogni cosa, 
a tutto quello che dirai ad ogni spostamento che avrai 
perché voglio vederti stare bene, bene, bene, bene e perdermi, 
confondermi insieme a te, il cielo e alle altre stelle e perdermi, 
non perderti lontano da ogni cosa su una stella luminosa ed esserci, 
ed essere dentro di te e in ogni momento difenderti, difenderti anche da me 
per non perderti e perdonami se non sarò come vorrai 
perdonami, perdonami ma ti stringerò come nessuno farà mai 
per non perderti e tenerti qui sopra di me 
come una stella non perderti ed andare fino là … là

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Avete presente quelle cose che nascono per caso? Ecco, questo zucchero fa parte della categoria 😀
Avevo provato a fare dello zenzero candito. Io adoro lo zenzero, ma candito non mi è piaciuto: troppo forte, troppo piccante. Non fa per me, e per questo non l’ho pubblicato. 
Ma da quello zenzero candito è nato questo zucchero e ne vado particolarmente fiera. 
In pratica si fa come per le scorzette d’arancia

va fatto bollire lo zenzero a pezzetti nell’acqua. 
Lo scoliamo, lo pesiamo e rimettiamo sul fuoco con pari quantità di zucchero e metà di acqua. 
Lasciamo restringere e poi versiamo lo zenzero su un letto di zucchero di canna poggiato su carta forno. Insieme versiamo anche la salsina di fondo del pentolino.
Rivoltiamo lo zenzero nello zucchero di canna e lasciamo asciugare il tutto. 
Alla fine raccoglieremo lo zucchero e i grumi formati dalla salsina di fondo. 
Si chiude in barattolo e il gioco è fatto! 

Lo zucchero sarà profumatissimo, buono da usare nelle tisane (io lo uso proprio con la tisana allo zenzero), o perché no, per aromatizzare un dolce.
Oppure …rimanete su questi schermi e a breve vi darò un altro suggerimento 🙂 


Parole come viaggi: Brioches sfogliate

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Sono sempre stata avvolta nella mia mente da un mondo di parole. Tutto quello che pensavo era sotto forma di parole. E’ per questa ragione che ho sempre invidiato chi aveva la capacità di pensare con i numeri.
Tutte quelle persone che a mente fanno calcoli, ma non solo. Tutti quelli che hanno la capacità di guardare il mondo e la realtà di tutti i giorni attraverso i numeri.
Le parole per me sono state un vizio, una dipendenza, un difetto di fabbrica. Uno sciame sempre in movimento in testa. Le inseguivo già da piccola, quando tuffavo il naso nei libri, o quando la sera, al buio nel letto, le parole mi scorrevano inarrestabili e non riuscivo a fermarle. Avevo sempre un pensiero da trattenere mentre il sonno, alla fine, mi vinceva sovrano. 
Parole. Parole tante. Che sono sempre con me, anche oggi, anche quando spesso sto in silenzio. Ce le ho in bocca anche quando non so parlare. Anche quando, di parlare, non ne ho più la voglia. Si fermano in gola, al limite. Da sole magari stringono un nodo. Ma ci sono sempre. 
Le parole sono state viaggi. Appunti su quaderni. Macchie d’inchiostro disordinate. Una parola mi sembrava più bella di un’altra, un suono migliore di un altro. Ho scritto parole su scontrini, strappi di cartone, volantini: ferma al semaforo, seduta e disciplinata durante una fila dal dottore. C’è stato sempre nella mia vita un momento che sfuggiva e io che ne prendevo appunti: una canzone passata alla radio, i versi di una poesia recitata, uno stralcio di un film.

Le parole le ho cercate nella musica più che in ogni altro altrove, dove cercavo di far mie storie vicine e lontane.

Vengo da questa evoluzione, da questo cammino. Vengo da qui. Non è mai vero quando diciamo di non sapere da dove veniamo.

E mi ritrovo così un venerdì sera a fare un viaggio in macchina. In principio penso alla noia, sbuffo al primo stop, poi mi ricordo che ho l’mp3 in borsa. Ci frugo dentro, senza togliere gli occhi dalla strada, metto quei bottoncini nelle orecchie, faccio on e un pò distrattamente inizio ad ascoltare la mia musica. Le luci, la strada, l’eterno movimento. Quella distrazione però dura poco, perché senza rendermene conto, mi ritrovo dentro il viaggio. No, no, non il viaggio che compio sulla strada, ma un viaggio nelle parole. E le parole sono di qualcuno che ha saputo raccontare storie musicandole. Un Uomo che l’ascolti e ti sembra di leggere un libro. Parole come freccette ficcate in un bersaglio.

Un Uomo che ha saputo scrivere cose come

o ancora



Un Uomo che ha saputo mettere in musica lo struggimento dolceamaro in pochi ultimi minuti.

Che raccontava con la sua bellissima voce il suo elogio della solitudine.
Quella voce in cui mi perdevo, da giovanissima. Quella voce che cercavo di ascoltar parlare, più che cantare. Che ancora oggi mi fa fare un doppio salto al cuore, che mi ricorda un pozzo profondo, mi da sensazione addosso come di carta abrasiva e insieme velluto. Voce che vibra.

Penso alla malinconia che mi buca dentro a sapere che grandi Uomini come questo sono irripetibili. Non si duplica un essere umano. Mi viene una tristezza profonda a pensare a quello che avevamo e che oggi non abbiamo più.

Penso a come mi ha raccontato della varietà umana: avvocati, puttane, stolti e blasfemi…uomini e donne intrecciati nelle sue storie come rovi. Ogni canzone è un racconto. Ogni racconto un viaggio.

…E succede con tutti questi pensieri che arrivo improvvisamente a destinazione, la strada per un tempo lungo non è esistita. Il tempo stesso, non è esistito. E penso che peccato, avevo ancora un pensiero da trattenere.

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Ricetta presa dal blog di Adriano

Ingredienti:

500 gr farina di media forza
100 gr latte intero
100 gr acqua
100 gr zucchero semolato
2 uova
50 gr burro
15 gr lievito fresco
10 gr amido di mais
9 gr sale
1 bacca di vaniglia
Zeste grattugiate di 1 arancia e 1 limone
250 gr burro per la sfogliatura

Procedimento:

Sciogliere il burro ed unire la scorza degli agrumi, portando ai primi sfrigolii prima di spegnere
Portare a bollore il latte con la bacca di vaniglia aperta e raschiata. 
Lasciare in infusione fino a che intiepidisce, dopodiché filtrare. 
Riportare il peso a 100 gr, unire l’amido e portare a 67°, mescolando con una frusta. In mancanza del termometro fermate la cottura non appena addensa. Lasciate raffreddare.
Mescolare nella ciotola della planetaria la cremina con metà dell’acqua e gli albumi. 
Unire tanta farina quanto basta per legare l’impasto con la foglia (circa 300 gr), quindi coprire.
Nel frattempo sciogliere il lievito e una puntina di cucchiaino di zucchero nell’acqua rimanente, leggermente intiepidita. Mescolare 50 gr di farina e copriamo.
Quando il lievitino sarà maturato (circa mezz’ora), unitelo all’altra massa con una manciata di farina e lasciate legare a bassa velocità con la foglia.
Unire un tuorlo e la metà dello zucchero e, poco dopo, una manciata di farina per ricompattare l’impasto.
Con il secondo tuorlo unire lo zucchero rimanente ed il sale.
Inserite lentamente il burro aromatizzato, alternandolo con la restante farina.
Montate il gancio e lasciate impastare per qualche minuto
Date all’impasto una forma rettangolare appiattita, coprite con pellicola e trasferite in frigo per un paio d’ore.
Tirate fuori l’impasto dal frigo, stendete con il mattarello in una sfoglia rettangolare alta poco meno di un dito.
Appiattite il burro in un foglio di carta da forno infarinato, arrivando ad una dimensione poco meno della metà della sfoglia.

per praticità chiudete i bordi e modellate con un mattarello

Sistemate poi il burro nella metà inferiore della sfoglia, curando di lasciare un dito di bordo libero; chiudete con l’altra metà e sigillate i bordi esterni.
Stendete in un rettangolo regolare di circa 1cm di spessore, fate delle pieghe a portafoglio. Avvolgete nella pellicola e trasferite in frigo per 45’.
Ripetere l’operazione per altre due volte.
Stendere la pasta ad uno spessore di circa 8 mm, tagliare via i 4 bordi esterni.
Tagliare delle strisce di circa 3 cm, allungatele con un mattarello, arrotolatele e sistematele negli stampini imburrati.

Coprite con la pellicola e lasciate triplicare
Pennellate con albume e infornate a 190° fino a cottura (15/20 minuti)


“Evaporato in una nuvola rossa 
in una delle molte feritoie della notte 
con un bisogno d’attenzione e d’amore troppo”
“Potevo attraversare litri e litri di corallo 
 per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci”

CI VEDIAMO DOPO LONDRA! 
BACI 

Tarte al limone

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“Ah Chià, ho il dolce dei tuoi sogni” ho scritto un giorno alla mia adorata Chiara.
“Ma in che senso? L’hai fatto o lo devi fare?”
“L’ho fatto, ma ne resta una fetta. Che c’hai da fà dopo il lavoro?”
“Niente, vengo da te” 
“Ecco, sbrigate”
😀
Mi arriva che ho già il the pronto, bello pieno di limone come piace annoi. Le metto davanti la fetta. 
“Vabbé, ma dividiamola, così la mangi anche tu” prova a dirmi.
“Ma lascia fà, magna e zitta che chissà quanno te ricapita!?”
😀 😀 😀
Per me limone vuol dire Chiara. Anzi, vuol dire me + Chiara. Che il limone ci fa impazzire, vero Chià?
Che quando sono stata male e non mangiavo, avevo sete solo di limone assoluto. Affondavo i denti in uno spicchio di quei fantastici limoni di casa, ancora non propriamente maturi, quindi ancora più aspri che se ci penso mi vengono le vertigini tanto che mi piacciono. Comunque quando dico limone, è come dicessi Chiara.
Per questo ho messo in salvo la fetta per lei. L’ho transennata, protetta, circoscritta con nastro rosso tipo CSI  con tanto di biglietto vicino “se la tocchi sei un uomo morto!“. Non ridete, che a casa mia così bisogna fare 😀 Ho imparato dopo innumerevoli piatti fatti fuori, dolci aperti, composizioni guastate a suon di “ma io non lo sapevo!”…se se 😀
Le persone che mi conoscono davvero a fondo, nella mia vita, si contano sulle dita di una sola mano, e non la prendono nemmeno tutta. Chiara è tra loro. Ci pensate che sto per compiere 33 anni (si si, l’anni de cristo) e lei la conosco da 19 anni? A me è un numero che fa impressione, un pò perché mi ricorda che sto inesorabilmente crescendo, e un pò perché penso ma come avrà fatto a sopportarmi tutto sto tempo? Nessuno è durato tanto. Che significherà? Lo devo chiedere a lei. Perché veramente ancora non me ne capacito, e non sto scherzando.

Che poi ne abbiamo passati di momenti brutti, eh! Periodi un pochino distanti, periodi di dolori amari, viaggi, uscite, solitudine…tutte le abbiamo passate. D’altra parte, 19 anni sono parenti stretti di 20…e 20 anni in una vita sono davvero molti. Tantissimi. Se ci penso ho le vertigini pure per questo (si si, ho sempre le vertigini).

Se ripenso a questi anni, mi vengono in mente molte cose…le cene insieme, le confidenze, l’esser diventate grandi, le carezze quando ci consolavamo a vicenda per un dolore troppo grande (“arrivo da te, ce l’hai un posto sul divano della consolazione?”), inevitabilmente tutte le persone che ci hanno deluso e che, forse, anche noi abbiamo deluso a nostra volta. Quel viaggio dove mi ero invaghita del vicino di stanza…peccato che lui aveva 40 anni più di me 😀 (ti ricordi Chià com’ero diventata rossa quando si era offerto di farci una foto con l’asciugamano intorno alla vita? ahahahahhaha :D).
O quel viaggio a Lisbona dove abbiamo preso pioggia che dio la mandava e avevamo litigato perché sono incontentabile, incontenibile e permalosa…certe volte mi punto peggio di un somaro! (Puoi dirlo, si si).
E quella volta che eravamo ragazzine e prendemmo il treno per Genova? Perché io m’ero fissata che volevo vedere la città di De André. Che viaggio, quello! Eravamo due bambine, diomio. Io attraversavo i binari  e lei che scendeva nel sottopassaggio, si poteva essere più diverse di così? Però abbiamo sempre viaggiato bene, insieme, vero? ci siamo sempre assecondate. E sai che per me viaggiare con qualcuno non è una cosa che prendo tanto alla leggera.

Noi due che ci chiamiamo con lo stesso soprannome da sempre, vicendevolmente: Micia. Micia di quà, Mica di là, Micia quando vieni? Nessuna distinzione tra noi: siamo Micie tutt’eddue.

E le mie citofonate a casa sua…          

Se arrivo solo con me stessa                                       Se arrivo con un regalo

«Driiiin »                                                                       «Driiiin»
«Chi è? »                                                                      «Chi è?»
«Io!»                                                                             «Sono il tuo regalo da scartare»
«Io chi?» 😀                                                                    

oppure, se arrivo con un dolce                                     ..e se arrivo con bisogno di coccole

«Driiin!»                                                                        «Driiiiin» 
«Chi è? »                                                                       «Chi è?»
«Sono la Micia Pasticcìììna »                                          «Sono quella in cerca del divano»

Quella volta che davanti al cancello di casa sua le chiesi 
 «Ma dove la trovi un’altra come me?!?» 
 «Grazieaddio da nessuna parte!» 😀 😀

Ma resta storica quella notte che non si spiega come non abbiamo svegliato tutta  casa, a ridere a crepapelle,  senza più riuscire a respirare, tanto che ridevamo, incapaci di controllare il nostro corpo (io ho creduto davvero che sarei morta!)…e solo perché avevamo fatto quella battuta sulla tarantella…campassi cent’anni, non potrei mai dimenticarlo! Quella sensazione di soffocamento dalle risate, che ci scuotevano come lenzuola stese al vento.

Ti ricordi, poi, quanta musica abbiamo ascoltato insieme? In questi giorni sto ascoltando tanto Mia Martini, credo che per questo mi sia venuto di scrivere un post per te. L’amavamo tanto. E la Martini ha scritto molte canzoni davvero belle, alcune molto struggenti, ma io non ti voglio lasciare con una canzone così, no no.
Ti voglio lasciare con una canzone speciale, molto densa e molto carica, che le sorelle Bertè cantarono insieme ad un Sanremo. Guardati il video. Guardale. Due sorelle così diverse, così piene di passione entrambe. Il finale è da brividi sulla pelle, il sorriso di Mimì è miele nella curva di un cucchiaio. Guarda come si reggono lo sguardo, come si tengono occhi negli occhi. Io ti tengo così!


e ricordati, per parafrasare la canzone, che qualsiasi notte verrà
ci sarà sempre un faro a tagliare il buio sul mare 
😉

PS: che poi Chià, la faccenda della tarantella non fa ridere. Perché ridemmo così? 😀

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Questa tarte è di Adriano. E’ stupenda! Io poi mi sono innamorata della sua linea…mi sembra perfetta, impeccabile…la fetta tagliata è meravigliosa. Non una sbavatura, non una mescolanza. C’è la frolla e c’è la crema al limone, perfettamente parallele. Sono un sogno. Chi ama un pochino la geometria, sa di cosa sto parlando.

Ingredienti:

400 gr di pasta frolla
180 gr di uova
125 gr di zucchero a velo
100 gr di panna fresca
50 gr di succo di limone
Zeste di un limone (possibilmente non trattato)
1 pizzico di sale
1 albume

Procedimento:

Stendete la vostra frolla in modo che sia un pò più grande del vostro stampo capovolto
Posizionatela quindi sul vostro stampo con delicatezza e sistemate il bordo e il fondo in modo uniforme
Ora passate il mattarello sul perimetro dello stampo, facendo pressione, in modo tale che possiate tagliare in modo preciso la pasta in eccesso.
Bucherellate tutta la superficie con i rebbi di una forchetta

Ora, cospargete la superficie di riso o fagioli (meglio fagioli), coprite con carta argentata e mettete in forno a 170° per 10 minuti
Trascorsi i 10 minuti, estraete la teglia, togliete il riso o i fagioli (meglio i fagioli :D) e pennellate la superficie con un albume battuto
Infornate ancora, stavolta senza carta argentata, per 10 minuti. 
In questi 10 minuti, preparate il ripieno mescolando le uova, lo zucchero a velo e zeste di limone
Ora aggiungete il succo di limone, il sale e infine la panna.
Mescolate bene e versate il composto sulla vostra frolla
Abbassate la temperatura a 120° e cuocete per altri 30 minuti
Il composto non deve solidificare. La giusta consistenza l’avrete ottenuta quando scuotendo delicatamente il bordo della teglia, il ripieno tremerà rimanendo però al suo posto. A me sono bastati 30 minuti esatti.